La (non) decisione sui tassi / II

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La (non) decisione sui tassi / II

Dopo quasi dieci anni la Banca Centrale degli Stati Uniti (FED) ha deciso di alzare i tassi di interesse. Il rialzo è minuscolo – lo 0,25%, ma quello che conta è che cosa accadrà poi: le previsioni della FED sono di un tasso di interesse intorno al 1,5% alla fine del 2016. L'inflazione corrente, se si escludono le componenti volatili come il petrolio ed il cibo, è già intorno 1,5%. Altrimenti detto, i tassi reali – quelli al netto dell'inflazione - attesi saranno intorno allo zero.

Parlare quindi di “stretta” effettiva è fuori luogo, mentre si può parlare di stretta simbolica. I mercati finanziari possono continuare a ricevere liquidità con un costo compresso. E così i molti debiti – pubblici e privati, domestici ed internazionali – non costando troppo, possono aspettare che l'economia si riprenda per diventare sostenibili con un costo finanziario maggiore. La decisione della FED è quindi saggia, perché non mette in difficoltà i mercati finanziari, prima che si palesi una ripresa robusta.

Sono così “rimbalzati” ovunque i prezzi delle azioni, mentre sono leggermente flessi i prezzi delle obbligazioni statunitensi, ed il dollaro si è rivalutato, ma di poco. Dei movimenti in linea con le decisioni della FED.

Dal punto di vista degli investimenti che cosa cambia? In campo azionario abbiamo negli Stati Uniti i fatturati e gli utili che stanno frenando, mentre in Europa abbiamo l'attesa di risultati aziendali leggermente migliori. E' perciò difficile che le borse possano salire in maniera costante, avendo essenzialmente la spinta dei tassi e dei rendimenti bassi, piuttosto che degli utili. Le obbligazioni private – in assenza di un forte rialzo dei tassi – non dovrebbero mostrare dei rendimenti maggiori, così come quelle emesse dai Tesori. Potremmo concludere dicendo che la decisione della FED mantiene lo “status quo”. Poi si vedrà.

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