Le conseguenze della caduta del barile

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Le conseguenze della caduta del barile

Quando il prezzo del petrolio iniziò tempo fa la sua caduta, le attese – in Italia del Governo e della Confindustria - erano di una forte spinta all'economia. Un anno dopo la spinta non si è palesata (1). Come mai?

Se cade il prezzo del petrolio, cade il prezzo della benzina. La caduta è però tanto minore quanto maggiori sono le accise. Se si spende meno per “fare il pieno”, si hanno due vie d'uscita: a) si spende da altre parti – per esempio si va più frequentemente in pizzeria; b) non si spende, ma si risparmia, ciò che avviene se le famiglie sono indebitate o timorose. In questo secondo caso, l'effetto della caduta del prezzo della benzina è modesto o addirittura nullo. E questo sembra l'effetto prevalente, anche negli Stati Uniti, dove il peso delle accise è assai modesto. Se cade il prezzo del petrolio, ecco sono tagliati gli investimenti – la stima è di 400 miliardi di dollari a livello mondiale - per la ricerca di nuovi pozzi. L'economia dei nuovi pozzi funziona solo se il prezzo del petrolio è molto alto. Cadono perciò gli investimenti. La caduta del prezzo del petrolio, infine, riduce il potere d'acquisto dei paesi esportatori di questa materia prima. Ecco che si riducono le loro importazioni dai paesi consumatori.

Conclusione: se si risparmia il maggior potere d'acquisto, se gli investimenti in campo energetico sono tagliati, e se si riducono le esportazioni, allora la caduta del prezzo del petrolio ha degli effetti nulli o negativi sul PIL dei paesi consumatori. Se poi osserviamo la variazione dei prezzi, le cose peggiorano. Se l'inflazione in partenza è bassa, la caduta del prezzo del petrolio la schiaccia ancora di più. L'inflazione diventa bassa o addirittura nulla, ciò che complica l'obiettivo delle banche centrali si alzare il livello dei prezzi. L'inflazione bassa, se attesa tale per un periodo prolungato, non incentiva la spesa, ciò che sarebbe avvenuto se si fossero anticipati dei prezzi maggiori nel futuro.

Insomma, la caduta del prezzo del petrolio non è la cornucopia che alcuni si attendevano, ed anzi alimenta le difficoltà economiche nei paesi importatori e quelle economiche e politiche - legate al finanziamento dello stato sociale - nei paesi produttori. Non bastasse, si hanno due complicazioni, che frenano la crescita del prezzo del petrolio. Prezzo che salirebbe, se solo si tagliasse la produzione. Oggi, infatti, si hanno circa due milioni di barili su novanta di maggiore produzione.

La prima. I cartelli - come l'OPEC - funzionano quando la domanda è maggiore dell'offerta. In questo caso, un accordo per tagliare la produzione farebbe salire ulteriormente i prezzi, perché l'offerta si riduce. I maggiori prezzi più che compensano i minori volumi di produzione. Il contrario avviene quando l'offerta è maggiore della domanda. Il taglio della produzione non porta necessariamente e velocemente a dei prezzi che compensino i minori volumi. Si ha perciò paura di avere dei ricavi ancora più ridotti, per cui nessuno taglia la produzione, o meglio diventa molto difficile accordarsi.

La seconda. Le imprese petrolifere si sono indebitate molto nel corso degli ultimi anni. Hanno perciò il problema di pagare le cedole sulle obbligazioni. Diventa per loro imperativo onorare il debito. Il prezzo del petrolio cade, ma le cedole vanno pagate. Si continua perciò a produrre anche a prezzi molto bassi per poter avere quel flusso di cassa volto ad onorare gli impegni. Nessuno taglia la produzione per paura di non avere nemmeno quel reddito modesto ma necessario per pagare le cedole.

(1) Articolo pubblicato su Il Foglio del 17 febbraio 2016.

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