Le decisioni del Comitato d'Investimento 2016 – V

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Le decisioni del Comitato d'Investimento 2016 – V

Le economie crescono ancora poco, non si ha inflazione, intanto che i bilanci pubblici sono sostenuti dalla politica monetaria ultra-espansiva. Le ripercussioni sono ovvie: il reddito fisso rende poco, mentre le borse fanno una gran fatica ad andare oltre i livelli raggiunti durante l'estate scorsa. Non desta quindi meraviglia che i mercati finanziari siano “imbambolati”: i rendimenti a lungo termine non hanno una vera direzione, così come le borse, che, rimbalzate da metà febbraio, si sono negli ultimi tempi fermate. Un cambiamento di direzione lo potremmo avere solo con una ripresa dell'economia, che si ripercuote sui fatturati e sugli utili, dando quindi luogo ad una ascesa dei corsi azionari, e con il ritorno di una politica monetaria restrittiva, che spingerebbe al rialzo i rendimenti. Per ora non si hanno questi segnali.

Si hanno intanto dei nodi da sciogliere nel prossimo mese e poco oltre: 1) il prezzo del petrolio, e 2) la “Brexit”. Quest'ultima – qualora i britannici uscissero dall'Unione Europea - potrebbe generare un'ondata di scetticismo nei confronti dell'Unione (magari combinata con una crisi greca). Le azioni potrebbero flettere, ma non le obbligazioni sovrane, perché in questo caso la Banca Centrale Europea interverrebbe. Per questa ragione riduciamo l'esposizione in azioni europee. Il prezzo del petrolio potrebbe tornare a flettere perché i Sauditi sembrano avere imbracciato la “linea dura”, quella volta a mettere in difficoltà l'Iran uscito dall'embargo. Per questa ragione, ossia per il dubbio che il petrolio possa tornare a scendere in misura significativa, usciamo, dopo essere usciti in aprile dall'investimento in azioni petrolifere, anche dall'investimento nella borsa russa - una borsa energetica, che quest'anno si è comportata molto bene. Insomma, meno azioni europee, nessuna azione russa, nell'attesa che passi l'eventuale tempesta del referendum inglese e della caduta del prezzo del petrolio. A titolo ulteriormente cautelativo, e per una percentuale molto contenuta dei portafogli, investiamo in oro. La politica monetaria non è riuscita a spingere la ripresa economica, ma ha evitato (e non è poco) una crisi maggiore. Torna per trainare la ripresa – ancora al solo livello di dibattito – l'opzione della politica fiscale in deficit. La quale ultima investirebbe in infrastrutture. Per questa ragione – e quindi anticipando la politica fiscale – investiremo in infrastrutture con un respiro globale.

Alla fine alziamo (marginalmente) l'investimento in azioni per giungere ai minimi di investimento in questa classe di attività, ma ne riduciamo la volatilità (che oggi si potrebbe palesarsi come Europa e petrolio). Abbiamo, alla fine, lo stesso investimento di prima, ossia poche azioni in più, ma con una natura meno rischiosa. Questo per i prodotti che in condizioni normali investono vicino al benchmark, mentre per la linea che cerca dei risultati “assoluti” - ossia la linea flessibile, l'investimento in azioni, viene, invece, marginalmente ridotto.

Nel campo delle obbligazioni emesse dai Tesori abbiamo dei rendimenti nominali che sono negativi o nulli nella parte breve della curva, e quasi nulli o modestissimi nella parte lunga. Non ha quindi molto senso allungare la durata i portafogli, perché a fronte di un guadagno modesto si corre un rischio, che potrebbe emergere anche per piccoli movimenti al rialzo dei rendimenti.

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