Snodi - Brexit

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Snodi - Brexit

Due snodi sono stati dibattuti al Comitato Investimenti di lunedì: 1) il petrolio, e 2) Brexit. Oggi nel Commento parliamo del secondo. L'esito del Referendum della fine di giugno sulla permanenza della Gran Bretagna nell'Unione Europea è sommamente incerto. Di conseguenza è ragionevole assumere un 50% di probabilità di vittoria di Brexit e un 50% di probabilità di vittoria del non-Brexit. Il secondo caso – il non-Brexit - è meno importante del primo per la ragione che, alla fine, confermerebbe lo “status quo ante”. Dunque è del primo che rileva parlare. Ribadiamo che allo stato delle conoscenze non ha una probabilità maggiore di palesarsi del secondo.

La metà delle esportazioni della Gran Bretagna è verso l'Unione Europea, mentre il dieci per cento delle esportazioni dell'Unione è verso la Gran Bretagna. Da questo punto di vista, Brexit sembra insensata. Tralasciando l'impatto sull'industria finanziaria britannica, che certo non trarrebbe dei gran vantaggi in caso di Brexit. Dov'è mai il vantaggio “materiale” della Brexit? Non si riesce a capire, salvo l'idea - tutta da dimostrare - che la Gran Bretagna, tornata libera di muoversi per conto proprio, otterrebbe dei gran vantaggi nei negoziati con le grandi area del Nord America e dell'Asia. Detto con il linguaggio “geo-politico”, la Gran Bretagna sceglie con Brexit l'opzione orgogliosa della “balena” (un animale libero di muoversi nei mari) a quella incatenata dell'”orso” (un animale ancorato alla terra, un animale tellurico). Queste cose interessano però solo i britannici, a noi, che britannici non siamo, interessa l'impatto che si potrebbe avere nel Continente.

Brexit potrebbe diventare il veicolo per la rinascita dello scetticismo (già presente) nei confronti della costruzione europea, giudicata da alcuni incapace di sopravvivere. La quale costruzione europea, va ricordato, nasce nel secondo dopoguerra come Europa Carolingia, ossia Benelux, Germania, Francia, e Italia, senza estensioni né oltre-Manica, né verso la Penisola iberica. (Tanto meno verso l'Est, che, ai tempi della nascita della costruzione europea, era ancora sotto il dominio sovietico). La spinta a ridimensionare l'Unione Europea, potrebbe remare nella direzione di un'Europa “centrale” ed una “periferica”. Della prima farebbero parte la Germania e i suoi “satelliti” (Austria, Olanda, Belgio), la Francia, e (con qualche ma ...) l'Italia. E così via andando, nella costruzione di scenari politici ed economici sempre più artefatti. Gli scettici naturalmente faranno notare l'incapacità di gestire i flussi migratori, e tutto quello che verrà loro in mente per mostrare quanto l'Unione Europea sia, in fondo, una costruzione artificiale.

Si potrebbe – se Brexit vincesse – avere così un periodo turbolento, frutto di uno scenario che si presta ad approfittare dei prezzi delle attività finanziarie in caduta. Più che una “verità” Brexit sarebbe una “scusa”, insomma. Una “scusa” con un 50% di probabilità. Da qui l'idea di ridurre (ridurre non annullare) l'esposizione in azioni europee, ma non in obbligazioni (la Banca Centrale Europea dovrebbe intervenire in caso di turbolenze) e non in liquidità in euro.

A titolo di curiosità storica trovate la mappa dell'Europa, laddove le regioni sono classificate secondo il reddito pro capite a parità di potere d'acquisto. In verde le regioni ricche, in giallo quelle povere. La parte davvero ricca dell'Europa quasi si sovrappone al quella del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica, altrimenti noto come primo Reich. (Il secondo è quello della Germania guglielmina, ed il terzo è meglio lasciar perdere… ). La Lombardia, l'Emilia Romagna, il Friuli, e la Val d'Aosta fanno parte del Primo Reich. Anche i Paesi Baschi, l'area parigina e londinese hanno un reddito simile a quello del Primo Reich. La parte povera spagnola si sovrappone a quella che è stata riconquistata a danno dei Mussulmani (la Reconquista). La parte italiana si sovrappone con il Regno di Sicilia. I Balcani e la Grecia si sovrappongono all'Impero Ottomano.

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