Torna la spesa pubblica in deficit?

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Torna la spesa pubblica in deficit?

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) lancia l'allarme perché vede il rischio di una bassa crescita (una variazione del PIL mondiale rivista ancora al ribasso) ed un debito elevato (sia pubblico sia privato). Un debito crescente a fronte di un reddito che cresce meno è, infatti, una combinazione pericolosa (diventa sempre più difficile onorare il debito se il reddito cresce poco). Questa combinazione è poi particolarmente accentuata nei Paesi emergenti. Allo stesso tempo il FMI invita – per rilanciare l'economia - a varare una politica fiscale più lasca.

Un tempo l'invito del FMI era quello di portare la spesa pubblica sotto controllo non troppo in fretta e di liberalizzare i mercati, mentre per lubrificare gli ingranaggi c'era la politica monetaria. Una politica non troppo dissimile da quella detta del “punto di vista di Berlino” (controllo della spesa pubblica, politica monetaria non troppo espansiva, e riforme sul lato dell'”offerta”). Ora avremmo sia il pedale dell'acceleratore (la spesa pubblica in deficit), sia il lubrificante (tassi e rendimenti ai minimi), nonché la liberalizzazione. La novità è perciò il ritorno nelle proposte del FMI della spesa pubblica in deficit non più come invito ad una maggiore flessibilità, ma come una scelta più decisa.

I passaggi che portano alla nuova ricetta: a) se gli imprenditori sono scettici sugli andamenti futuri, non investono e non assumono; b) se le famiglie sono indebitate non consumano abbastanza mentre rimborsano il debito; c) il costo del denaro (tassi e rendimenti) – ormai troppo basso (ossia che non può diventare ancora più basso) - non genera più una spinta propulsiva (quella che poteva generare, alla fine, l'ha generata); d) ergo, intervenga la spesa pubblica, che ha orizzonti lunghissimi; e) la spesa pubblica in deficit è finanziata emettendo debito (e non moneta, come ovvio), ma quest'ultimo ha un costo molto contenuto (riecco il punto c).

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